Pensando ad un albero.

Mai come oggi, nella storia dell’umanità, si ha così tanto desiderio di uno spazio pulito, sicuro, nutriente e mai come adesso ogni piccolo pezzo di terra diventa basilare nel formare un “insieme paesaggio” paragonabile, per effetti sul clima, sull’economia e sulla nutrizione, a quelli di altri macro-territori, come la Foresta amazzonica, il deserto del Sahara, le mega-metropoli (tutte messe insieme), la calotta polare e così via.
Se guardiamo dall’alto, come fossimo uccelli, i nostri giardini, gli orticelli, i frutteti familiari; fatevi un giro con un programmino tipo Google Maps, o immaginate semplicemente di essere un uccello veleggiatore, di quelli che raggiungono grandi altezze lasciandosi solo portare dal vento. Immaginate di essere un’aquila o una cicogna: state attraversando in migrazione, ad oltre 2000 metri di altezza, se attraversiamo le campagne che s’intersecano tra le grandi città del Nord Italia, possiamo notare che i campi di mais, soia ed erba sono davvero tanti, e si alternano a gruppi di case, borgate e paesini, perché quasi ciascuno di loro possiede dei pezzettini di terra colorati. E allora eccoli, i giardini, la massa ornamentale della nostra bella Italia, che tutti insieme pesano tantissimo e possono fare molto, anzi moltissimo. I nostri giardini, infatti, producono ossigeno e digeriscono Co2 né più e né meno di quello che fanno i boschi.


E se immagiamo ora di spostarci all’altro capo del mondo, per esempio negli Stati Uniti, la scena sarà simile ma solo molto più grande. E così via: ogni parte del nostro pianeta è costellata di piccoli e grandi giardini, che messi insieme costituiscono una fetta enorme di paesaggio. Essi producono bellezza (e di per sé già questa potrebbe bastare) ma anche cibo. Quanti di noi, oltre alle rose, coltivano orti, o magari qualche albero da frutto o un piccolo pollaio? Ecco perché dobbiamo prendere consapevolezza del fatto che ogni nostra scelta nel recinto casalingo è determinante nell’economia e nell’ecologia globale.
La natura, da parte sua, lo ha sempre fatto, ed è per questo che ogni specie vegetale si sposta continuamente alla ricerca delle situazioni climatiche per lei più favorevoli. Si chiama “riorganizzazione vegetale” e non ha eguali, se confrontata con le migrazioni umane o di altre specie animali. Nel Miocene, la flora del Nord Italia, che oggi sono Le Alpi, era molto ricca e comprendeva piante adatte a vivere in ambienti subtropicali umidi e caldi (comunque un clima molto più caldo dell’attuale), come palme, eucalipti, pittospori, tuie e sequoie, con altre adattate a climi freddi, proprio perché con la fine del Miocene si assistette a un raffreddamento che provocava la diffusione dal Nord Europa di pioppi, platani, ontani, aceri, salici, querce e varie conifere. Più tardi, nel Quaternario, ci fu un succedersi di cinque periodi glaciali che determinarono la totale scomparsa delle piante legnose subtropicali dell’Europa. Si verificano in questo periodo migrazioni di specie montane da Nord a Sud e viceversa, ma anche da Est a Ovest all’interno delle stesse Alpi. Nella fase postglaciale avvenne poi l’ingresso di specie orientali verso i territori europei, il cosiddetto “elemento steppico siberiano”. Insomma, un bell’andirivieni. Tutto questo, naturalmente, con tempistiche di gran lunga dilatate rispetto al cambiamento climatico attuale, che forse non lascerà scampo a tutte le specie ma selezionerà in maniera drastica solo quelle più veloci nel dislocarsi e nell’adattarsi.


Ho voluto fare questo breve cenno storico per farvi comprendere come il “movimento” avviene continuamente, un via vai “opportunistico”, inteso come la necessità di andare dove si sta meglio. Per noi questo si traduce anche in questioni economiche, come vedremo.
Certo, va poi detto che le fluttuazioni climatiche, oggi, non sono dovute solo a motivi “naturali”, propri dell’atmosfera, ma anche all’antropocene, l’attuale epoca geologica, nella quale l’essere umano, con le sue attività, è riuscito, a volte anche consapevolmente, in modifiche al territorio e al clima. Penso insomma che come per le malattie gravi non sia mai un solo fattore a provocarle ma un insieme, una somma di fatti e comportamenti.
E allora, per fare qualcosa di veramente concreto per la salvaguardia del nostro pianeta, dobbiamo scegliere di coltivare organico intervenendo poco con le concimazioni chimiche, trattare tutte le piante da giardino esclusivamente con prodotti biologici, evitare superfici importanti di pratino all’inglese. E poi, piantiamo ancora alberi se abbiamo superficie disponibile, anche da frutto e scelti tra i più rustici. Facciamo una scelta oculata delle specie e delle varietà caduche e sempreverdi che andiamo a coltivare: mai quelle che richiedono troppe cure, trattamenti, concimazioni.

Ecco un riepilogo dei parametri importanti di cui tenere conto.

  1. Rusticità: scegliete alberi che dimostrano resistenza alle intemperie, al freddo, agli attacchi di insetti e alle malattie, che abbiano poche esigenze nutritive e idriche. Per esempio, molte specie di Acacia, come la Gleditsia triacanthos, oltretutto una pianta molto ornamentale per il suo fogliame giallo in primavera e autunno, ma anche una pianta mellifera di prim’ordine.
  2. Assorbimento di CO2: esistono alberi più vocati a questa missione, come per esempio il leccio (Quercus ilex), l’acero saccarino (Acer saccharinum), il ginkgo (Ginkgo Biloba), l’ontano nero (Alnus glutinosa) e tutte le specie del tiglio (Tilia) (vedi la tabella sulle piante antismog).
  3. Cibo: fino a poco tempo fa il giardiniere doveva badare all’aspetto ornamentale delle sue piante. Ma ora è il momento di mettere sul piatto della bilancia anche aspetti che sembravano relegati alla storia. Per esempio l’aspetto nutritivo. Appunto è il momento di pensare che un albero diventa molto più interessante se oltre, a essere bello, produce anche frutti. Ecco quelle che secondo me meritano il podio: il fico (Ficus carica), il melograno (Punica granatum) e l’ulivo (Olea europaea).
    Cosa hanno in comune queste piante? Sono indubbiamente belle, hanno portamenti differenti ma estremamente particolari, riconoscibili, esclusivi, sia per quanto riguarda la forma della pianta adulta sia circa gli eventuali “difetti”, come tronchi contorti o vissuti e cortecce fessurate. Ma soprattutto queste piante producono frutti, proprio quelli che hanno fatto la nostra civiltà. Queste tre specie hanno buone capacità di adattamento, anche in zone dove pochi anni addietro avrebbero tribolato e manifestato difficoltà di crescita, come la pianura padana. Certo, in zone ancora più fredde – per esempio l’interno di molte valli alpine – si devono prendere in considerazione specie più resistenti, come il melo, il pero e i pruni.
  4. Legname: oggi ormai non ci pensiamo, ma dobbiamo cercare di recuperare un po’ quel modo di fare dei nostri antenati, che pensavano spesso all’utilizzo alternativo di una pianta o di un albero. E infatti, piantavano un albero che come prima cosa andasse bene anche per un utilizzo da legname, sia da ardere che per farne tavolame da costruzione o arredo. Per esempio, il ciliegio era ottimo, faceva ombra, produceva frutti buoni, e da vecchio lo si poteva abbattere per farne legname pregiato. Idem per il noce o il castagno. Discorso diverso veniva fatto invece per la quercia, che nutriva i maiali con i suoi frutti (le ghiande).
  5. Resistenza ai venti impetuosi: alcuni alberi sono più suscettibili di altri alle folate di vento forte, motivo per cui il giardiniere deve guardarsi bene dal posizionare alberi fragili accanto alle abitazioni o a strutture delicate. Durante alcune violente bufere di vento degli ultimi cinque anni ho notato nella mia provincia alcune specie che si sono letteralmente coricate a terra o spezzate a livello di fusto o in ramificazioni importanti; per esempio noci e abeti, pini e molte specie non autoctone. (Dobbiamo considerare che un vento di 50 km/h esercita una pressione di circa 13 kg/m2: questo significa, per esempio, che la chioma di un albero con un raggio di 3 metri sopporterà un effetto vela pari a una spinta di circa 400 chili. Questo per poco tempo; se la spinta dura abbastanza a lungo e se il terreno è anche indebolito da un eccesso di acqua, l’albero cade o si spezza.)

“Non c’è albero solido e forte se non quello che subisce il continuo assalto del vento poiché è lo stesso scuotimento delle raffiche a dargli più robustezza e più tenaci radici; fragili quelle piante cresciute in una valle solatia.”
Lucio Anneo Seneca

  1. Mellifere: un altro importante criterio di scelta di un albero è quello che considera se l’eventuale attrazione di api e altri insetti impollinatori. Rappresentare una fonte di nutrimento per questi insetti vuol dire favorire la produzione di miele ma anche innescare un ciclo biologico favorevole per numerosi altri organismi (uccelli) e una migliore produzione di frutta e verdura. Gli insetti pronubi ringrazieranno. Tra gli alberi melliferi migliori ricordo ovviamente la robinia (Robinia pseudoacacia), il tiglio (Tilia) e il castagno (Castanea sativa).
  2. Ombra: le estati che abbiamo vissuto in questi ultimi anni ci dovrebbero far meditare a proposito della cresciuta esigenza di mitigare il più possibile anche piccole frazioni di terreno, dove poter trascorrere qualche ora senza impazzire per il caldo. Abbiamo già visto che un tunnel è sempre un’ottima scelta in fatto di ombra, ma lo sono altrettanto gli alberi, meglio se densi di foglie, che permettono di filtrare o annullare una forte insolazione. Tuttavia, questo può comportare il problema delle secrezioni zuccherine di afidi, aleurodidi, cicaline, psille, cimici e altri piccoli insetti. Pur riconoscendone l’indubbia partecipazione ecologica nel complesso circolo della vita, questi sono effettivamente una scocciatura. Se ti addormenti sotto un tiglio, un salice, una betulla, per esempio, è facile risvegliarsi con i capelli lievemente appiccicaticci: è la melata, quella secrezione zuccherina che piace tanto alle formiche, ma che spesso cola dalle foglie dove non dovrebbe. Ecco alcuni alberi che non favoriscono questo fenomeno: il gelso sterile (Morus platanifolia), il caco (Diospyros kaki), il Cotogno (Cydonia oblonga), il nespolo comune (Mespilus germanica). Tutti alberi poco ricettivi quegli insetti, ma non immuni, perché in definitiva di vegetazione senza insetti non ne esiste, a meno che non sia di plastica… FOTO 77, 78, 79

Le piante antismog

Fonte: Elaborazione Coldiretti su dati Cnr dell’Istituto di Biometeorologia (Ibimet) di Bologna

TOP TEN  SPECIECO2 CATTURATA (tonnellate in 20 anni)CAPACITÀ ANTI INQUINANTI GASSOSICAPACITÀ ANTI POLVERICAPACITÀ TOTALE DI MITIGAZIONE
1Acero riccio (Acer platanoides)  3,8  ALTA  MEDIA  OTTIMA
2Betulla verrucosa (Betula pendula)  3,1  ALTA  MEDIA  OTTIMA
3Cerro (Quercus cerris)  3,1  ALTA  MEDIA  OTTIMA
4Ginkgo (Ginkgo biloba)  2,8  ALTA  ALTA  OTTIMA
5Tiglio nostrano (Tilia platyphyllos)  2,8  ALTA  ALTA  OTTIMA
6Bagolaro (Celtis australis)  2,8  ALTA  ALTA  OTTIMA
7Tiglio selvatico (Tilia cordata)  2,8  ALTA  ALTA  OTTIMA
8Olmo comune (Ulmus minor)  2,8  ALTA  MEDIA  OTTIMA
9Frassino comune (Fraxinus excelsior)  2,8  ALTA  MEDIA  OTTIMA
10Ontano nero (Alnus glutinosa)  2,6  ALTA  MEDIA  OTTIMA

Testo tratto dal mio ultimo libro “Anime da Giardino” ediz. Gribaudo